Convenzione tra il Comune di Milano e la parrocchia sul piccolo stadio San Siro

L’area su cui sorge l’impianto, estesa per circa 6.500 metri quadrati e di cui la parrocchia era diventata proprietaria nel 1953, nel corso degli anni Cinquanta era stata messa a disposizione per l’accoglienza dei lavoratori impegnati nella grande opera di erigere il nuovo quartiere che si sarebbe chiamato QT8 (Quartiere dell’Ottava Triennale). Poi è diventata luogo di catechismo e di gioco dei ragazzi, prima che sorgesse l’oratorio parrocchiale a Santa Maria Nascente. In seguito ha assunto una vera e propria fisionomia di “stadio” con tanto di tribunette, dove hanno partecipato a tornei serali anche calciatori allora famosi di Milan e Inter.
È seguito poi un tempo di decadenza strutturale. Dopo molte vicissitudini, la parrocchia è riuscita a reimpossessarsi di questo spazio. Negli anni Novanta tutte le aree che si trovano tra le vie Natta, S. Elia e Ippodromo – e quindi anche l’area del Piccolo San Siro – sono entrate a fare parte di un nuovo piano urbanistico, dove erano previsti interventi di edilizia residenziale, pubblica e privata. I proprietari delle aree interessate erano il Comune di Milano, alcune società private di sviluppo immobiliare e appunto la parrocchia.
Sull’area comunale sorsero ben presto le palazzine di via Ippodromo 12 e 14. Dal momento che – in base al “vecchio” Piano Regolatore Generale (PRG) – l’area del Piccolo San Siro rientrava tra gli spazi per la collettività, all’inizio degli anni Duemila la parrocchia – con l’assenso della Curia milanese – cedette la volumetria di sua spettanza a una delle società edificatrici.
Nel frattempo (2005) entrava in vigore la normativa urbanistica regionale, in forza della quale l’area del Piccolo San Siro veniva più propriamente destinata ad attrezzature sociali e ricreative connesse all’attività religiosa e di culto: l’impianto e le sue attrezzature avrebbero quindi concorso alla “dotazione globale di spazi per attrezzature pubbliche e di interesse pubblico” prevista dagli strumenti urbanistici, pur rimanendo di proprietà esclusiva della Parrocchia.
Oggi, entrato in vigore il nuovo Piano di Governo del Territorio (PGT) che ha sostituito il PRG, viene confermato che per il Piccolo San Siro è stabilito il “mantenimento a verde e attività sportive dell’area”.
Dopo non poche traversie, la parrocchia ha creato negli ultimi anni un nuovo centro sportivo e luogo di ritrovo per la gente del quartiere, con permessi edilizi e strutture a norma; questo spazio, ormai a norma in ogni aspetto, sarà messo a disposizione per varie attività, secondo la creatività della nostra comunità. In quest’ottica il Comune di Milano e la parrocchia hanno sottoscritto il 12 maggio di quest’anno una apposita Convenzione che da un canto sancisce a tutti gli effetti la “compatibilità urbanistica” dell’impianto e d’altro canto ne disciplina l’utilizzo pubblico.
Infatti, d’intesa col Municipio 8, verrà approvato uno specifico Regolamento d’uso del Piccolo San Siro, che potrà riguardare in particolare la concessione degli impianti sportivi e delle attrezzature – a tariffe convenzionate – alle associazioni sportive, culturali e ricreative operanti nella municipalità, l’individuazione di giorni nell’arco della settimana/mese per manifestazioni, tornei o eventi promossi e/o patrocinati dal municipio, da svolgersi nelle fasce orarie serali, le modalità di possibile apertura e utilizzo delle aree a verde e gioco bimbi nelle ore pomeridiane, l’eventuale apertura degli impianti e delle attrezzature nelle ore del mattino al fine di consentirne l’utilizzo alle scuole.
Ultimamente i due campi di calcio a 5 sono stati rinnovati nel fondo in sintetico di ottimo grado e coperti con funzionali teli per permettere l’uso anche nel tempo invernale (che è il tempo maggiore d’uso).
La Convenzione di maggio prevede che entro l’estate del 2022 vengano anche realizzati un’area gioco bimbi, un’area a verde per attività libera, relax, picnic attrezzata con panchine, pergolati, giardini d’inverno, tavoli, attrezzature per il gioco, spogliatoi con bagni e docce, area somministrazione e ristoro, sala polivalente, spazi di servizio per il personale, un campo sportivo polivalente attrezzato con manto erboso naturale o sintetico, con possibile copertura e/o chiusura, la sistemazione della zona “gradonate”.
Si tratta quindi di un importante investimento che la parrocchia ha in programma di realizzare nei prossimi anni, con lo scopo di offrire alla nostra comunità un luogo dedicato all’aggregazione e alla ricreazione, aperto alla cittadinanza.
don Carlo Casati

In video la visita a Milano di Papa Francesco

Dall’Arcidiocesi d Milano riceviamo questa lettera da mettere sul nostro sito:

Gentilissimi,

Abbiamo ancora nel cuore il ricordo della memorabile giornata di visita del Santo Padre Francesco a Milano lo scorso 25 marzo e della significativa celebrazione di ringraziamento del 20 aprile, presieduta dal cardinale Angelo Scola in Duomo.

Pensando di fare cosa gradita vi invio un video che non vuole essere una sintesi della giornata di papa Francesco a Milano e nelle terre ambrosiane, ma che racconta la visita attraverso lo sguardo del Santo Padre. I volti, i sorrisi, i gesti e l’accoglienza della gente che hanno reso questo viaggio indimenticabile. Vi invito a pubblicare il link sui siti, sui profili social di cui vi occupate e darne notizia sugli altri strumenti di comunicazione.

Il video è disponibile a questo link  https://www.youtube.com/watch?v=RozYtTOnsYA&feature=youtu.be

Inoltre, in Curia Arcivescovile (piazza Fontana, 2 – Milano) sono disponibili i libretti “Papa Francesco a Milano e nelle terre ambrosiane”, racconto fotografico della visita, e, per chi volesse, le sciarpe ufficiali che hanno accompagnato il percorso di papa Francesco il 25 marzo.

Un cordiale saluto,

don Davide Milani Responsabile Comunicazione Arcidiocesi di Milano Portavoce card. Angelo Scola

In ricordo del cardinal Martini

In febbraio si è celebrato con giusta riconoscenza, in occasione del novantesimo della nascita, il card. Carlo Maria Martini, nostro arcivescovo dal 1979 al 2002. La Chiesa milanese l’ha ricordato con diversi eventi e ha espresso la sua gratitudine dedicandogli anche l’importante Museo Diocesano di Milano. Stampa e televisione hanno giustamente dedicato attenzione e rilievo al ricordo di questo grande pastore della nostra chiesa, da metà marzo nelle sale è apparso anche il film documentario di Ermanno Olmi sul cardinale, “Vedete, sono uno di voi”. In queste poche righe vorrei comunicare alcuni episodi personali della mia amicizia con il card. Martini e che hanno segnato il mio sacerdozio.

Prima però desidero sottolineare che nella storia del sorgere della nostra chiesa al QT8 ci sono circostanze importanti di cui fare gioiosa memoria.

Il 14 febbraio 1954 il card. Schuster pone la prima pietra; fu l’ultima Pietra Santa di fondazione di una chiesa che il beato Schuster benedisse. Infatti salirà al cielo il 30 agosto 1054.

Il 6 gennaio 1955 mons. Montini arriva arcivescovo a Milano e il 5 giugno 1955 benedice la nostra chiesa come prima chiesa aperta ai fedeli in città.

Il 31 maggio 1980 il card. Martini, nuovo arcivescovo dal 10 febbraio 1980, consacra la nostra chiesa: è la prima da lui consacrata in città.

Ritornando al mio rapporto personale con il card. Martini, posso accennare ad alcuni momenti che hanno segnato la mia vita. Era il 6 febbraio 1987 quando mi raggiunge, al mattino abbastanza presto, una telefonata dall’arcivescovado. Nel pomeriggio ho un appuntamento con l’arcivescovo che desidera che io lasci la parrocchia di S. Ignazio al quartiere Feltre, dove avevo vissuto i primi due vivaci decenni del mio sacerdozio, per assumermi la responsabilità di parroco a S. Maria Nascente. Il card. Martini facilmente si esprimeva nel linguaggio biblico e mi disse: “Don Carlo, devi allargare i paletti della tua tenda”. Per me, già frequentatore dei deserti della Terra Santa dove i beduini vivono sotto le tende, è stato chiaro dove l’arcivescovo voleva arrivare. Così il giorno dopo venni subito in parrocchia a conoscere i sacerdoti don Ersilio e don Giovanni. I mesi successivi furono densi di pensieri e di opere, perché non solo dovevo iniziare il mio nuovo lavoro di parroco, ma fino alla fine di giugno dovevo continuare l’impegno di viceparroco al quartiere Feltre.

Desidero accennare a un altro fatto accaduto mentre cenavo alla Villa S. Cuore a Triuggio. Ero nel primo decennio di presenza sacerdotale qui a S. Maria Nascente e quello era uno dei tanti raduni che in quasi dieci anni ho vissuto come consigliere dell’arcivescovo. Per alcuni anni ebbi il compito di “moderatore”. Quella sera nell’ampia sala da pranzo l’arcivescovo teneva al suo tavolo altri vescovi presenti e il moderatore. Ad un certo momento durante la cena il card. Martini mi domandò: “Allora don Carlo come va la tua parrocchia?”. Dopo solo un attimo risposi: “Benissimo”. L’arcivescovo restò meravigliato. Lo vedo ancora stupito con il cucchiaio fermo a mezz’asta e mi chiese: “Perché dici: benissimo?”. Replicai subito: “Perché ho non poche persone da cui posso imparare la fede”. E lui: “Se dici così, vuol dire che è giusto il ‘benissimo’”.

Il card. Martini visse a Gerusalemme dal 2002 al 2006, anni durissimi dopo l’intifada del 2000. In questi anni, tra l’altro, Martini ha rischiato di essere sepolto in Terra Santa. Così ci raccontava: “Quando, visitando gli antichi pozzi di El Gib scavati in quegli anni dagli archeologi ebrei, la terra incominciò a franare e io mi sentii rotolare dentro il pozzo, ebbi un pensiero molto chiaro: come è bello morire qui in Terra Santa. Mi diede una grande calma per cui misi le mani nella terra e rimasi fermo sull’orlo, così potei essere salvato. Ne uscii quasi incolume”. Furono anni in cui i pellegrinaggi si bloccarono. Il mio gruppo fu uno dei primi a riprendere la visita dei luoghi santi. Ricordo che un mattino stavo facendo colazione quando un pellegrino che tornava dal S. Sepolcro mi disse che il cardinale stava celebrando all’altare della Maddalena. Lasciai tutto subito e mi precipitai al Sepolcro. Il cardinale aveva appena terminato la S. Messa. Mi abbracciò felice, mi chiese come andava la parrocchia e poi gli domandai: “Cosa devo portare via da Gerusalemme?”. E lui: “Don Carlo, tu sei una guida, tu sai tutto”.“No, desidero sapere cosa devo portare a casa”. Mi rispose: ”Prega per la riconciliazione delle anime e quindi per la pace”.

Ci fu un’ultima volta in cui ho potuto visitare in modo fugace il cardinale, qualche settimana prima che salisse al cielo. Dopo una celebrazione al lago di Como ho riaccompagnato un amico gesuita all’Aloisianum di Gallarate, una casa che ospita i gesuiti molto anziani. Giunto nel corridoio in cui si affacciava anche la camera di Martini, ho potuto dare uno sguardo fugace e portarlo nella mia preghiera mentre di notte tornavo al QT8.

                                                                                                              Don Carlo

 

 

 

 

In Duomo la Messa per don Giussani

Le lunghe attese, in una fila paziente che arriva fino ai margini di Piazza Duomo, per poter entrare nella Cattedrale dai mille, necessari, controlli. E, poi, all’interno, la gente che affolla le navate, seduta per terra, in piedi in ogni angolo. È la memoria che non si spegne, anche se sono passati dodici anni da quando, tra le stesse navate, fu l’allora cardinale Joseph Ratzinger a presiedere la celebrazione eucaristica per la morte di monsignor Luigi Giussani, oggi Servo di Dio. Così, per ricordare l’anniversario della scomparsa del fondatore di Comunione e Liberazione (avvenuta a Milano il 22 febbraio 2005) e il XXXV del riconoscimento pontificio della Fraternità di Cl (11 febbraio 1982), sono moltissimi coloro che il 28 febbraio arrivano in Duomo per la Messa presieduta dal cardinale Angelo Scola, concelebrata dal presidente della Fraternità don Julián Carron, dal Vicario generale monsignor Mario Delpini, dal Vicario episcopale per la Vita consacrata maschile monsignor Paolo Martinelli e da una trentina di sacerdoti, tra cui l’assistente ecclesiastico diocesano di Cl, don Mario Garavaglia. Nelle prime file siedono i familiari di don Giussani, i nipoti, il fratello Gaetano e la sorella Livia.

L’intenzione della Messa milanese – come di tutte le centinaia che, in questi giorni, vengono celebrate in Italia e nel mondo a ricordo del fondatore – è letta dal vicepresidente nazionale della Fraternità Davide Prosperi: «Chiediamo a Dio la grazia di seguire senza riserve l’invito di papa Francesco a mendicare e imparare la vera povertà che descrive ciò che abbiamo nel cuore veramente: il bisogno di Lui, per vivere la vita sempre come un inizio coraggioso rivolto al domani». I canti, la Messa votiva dedicata a “Maria vergine madre del bell’amore”, le letture del giorno – Qoèlet e il Vangelo di Marco al capitolo 12 -, segnano la forza liturgica dell’Eucaristia che si sta vivendo in Cattedrale, mentre tanti, che non sono riusciti ad entrare, seguono, dagli altoparlanti posti sul sagrato.

Proprio dalla prima lettura prende avvio l’omelia dell’Arcivescovo: «“C’è un tempo per nascere e un tempo per morire”. Già tre secoli prima di Cristo Qoèlet stabilisce un tempo per ogni cosa, strappandola al caos e al non-senso. Ma la saggezza del Qoèlet è ancora zavorrata dalla necessità perché, tutto ritorna sempre uguale. È una tentazione che, se non vigiliamo, ci può sorprendere e abbattere fino a farci perdere il valore della vita come dono che conduce ad affrontare anche la morte, in tutta la sua dolorosa drammaticità, come abbandono». In questo tempo tutto umano, che Sant’Agostino definì come un’«attesa», si comprende allora come l’intera esistenza sia vocazione, da vivere con «responsabilità nel tempo che ci è concretamente dato, il “nostro” tempo», secondo il Vangelo di Marco al capitolo 12.

Nasce qui, nelle parole del Cardinale che cita papa Francesco, la richiesta «di rispondere al disegno di Dio qui e ora, crescendo nell’ascolto della realtà, della storia e riconoscendo la chiamata del Signore». Occasione privilegiata per farlo, la visita del Santo Padre a Milano: «Mi aspetto, pertanto, un’attiva partecipazione fatta anche dell’invito, rivolto a tutti, a incontrare papa Francesco nella celebrazione eucaristica al Parco di Monza».

Dalla liturgia della Messa per “Maria vergine Madre del bell’amore”, che «descrive la vocazione e la missione del cristiano in termini di bellezza e di pellegrinaggio», arriva da Scola l’ulteriore consegna a «essere consapevoli della meta» di tale viaggio terreno. «Il Servo di Dio Luigi Giussani ha educato non poche generazioni a guardare alla vita eterna non solo come al traguardo finale, ma a riconoscerne gli anticipi fin nel centuplo quaggiù. Il centuplo è quell’irruzione dell’eterno nel quotidiano che non può essere confuso con il potenziamento delle nostre forze, neppure dei nostri desideri. È una stabile novità che alimenta e dà all’esistenza personale, ecclesiale e sociale il dolce sapore del dono. Il centuplo quaggiù, come caparra della vita eterna, è in definitiva, il rapporto con Cristo presente. Il Suo pensiero, i Suoi sentimenti, sono tutto per noi». Sono «quel punto fermo», che l’Arcivescovo sottolinea ripetendo due volte l’espressione di un giovane morto a 17 anni.   

«La fatica, il dolore, ogni genere di prova, e persino la stessa morte, non sono obiezione alla felicità propria della vita eterna, non spengono il fascino con la malinconia dolorosamente annoiata o, all’opposto, con il nichilismo gaio che frustrano la sete di bellezza propria di ogni uomo e di ogni donna». Una “bellezza” che il carisma del Servo di Dio indica, anzitutto, «secondo una modalità di stare dentro il reale che, in senso generale, possiamo chiamare “lavoro”».

Chiaro anche il richiamo alla «comunione ecclesiale», quale indizio della vita eterna nel presente. «In questi anni ho molto insistito su come la vita della Chiesa, soprattutto della nostra estesa Chiesa ambrosiana, debba esprimersi secondo quella pluriformità nell’unità che le è propria – spiega il Cardinale -. Il metodo di vita cristiana così vissuto esalta la potenza del carisma di don Giussani, carisma di apertura totale a partire da ogni fedele battezzato». E tutto questo per essere quella “cosa sola” che chiede il Signore “perché il mondo creda”. Il ringraziamento per «la numerosa presenza in Duomo e, quotidianamente, nella vita della nostra amata Chiesa ambrosiana», precede due raccomandazioni «a cui tengo particolarmente», scandisce l’Arcivescovo: «Abbiate sempre gli occhi fissi in Gesù e abbiate un cuore largo, pieno di amore gli uni per gli altri, tesi ad annunciare a tutti la letizia del Vangelo».

Alla fine della celebrazione è don Carron a esprimere la gratitudine «di tutti gli amici di Comunione e Liberazione» e a ricordare «la trepidazione» per la visita del Papa: «Chiediamo al Signore la grazia che la fedeltà al carisma di don Giussani ci renda sempre più pronti, nella sequela di Pietro, a uscire incontro ai nostri fratelli uomini nel condividere con carità, realismo e creatività, il loro bisogno di felicità». 

Il pensiero finale del Cardinale, prima dell’applauso che lo saluta all’uscita del Duomo, è per la Causa verso gli altari del Servo di Dio: «Vi spingo a proseguire nella preghiera e nella bella pratica di visitare la tomba di monsignor Giussani, così come a segnalare dati, fatti e circostanze che possano aiutare il suo cammino verso la canonizzazione. Nello stesso tempo vi invito alla pazienza, perché sono procedimenti molto lunghi, soprattutto per coloro che hanno scritto molto. Con il passare del tempo, il suo volto si fa più luminoso ai nostri occhi e sostiene il nostro cammino ogni giorno più intensamente. A questo dobbiamo guardare perché si attui anche il suo cammino verso gli altari. Occorre vivere in pienezza, nel suo carisma, quella responsabilità che, come cristiani, portiamo nei confronti di tutti i nostri fratelli uomini. Più ci lasciamo guidare dallo sguardo che ha suscitato in noi la bellezza dell’essere figli di Dio, più qualunque forma di appartenenza alla Chiesa in particolare il regime di comunione che la regge, riempie la nostra vita e la nostra gioia sarà sempre più piena».        

 

Diario dalla Terra Santa – gennaio 2017

[in coda ai resoconti trovate la galleria fotografica]

3 Gennaio Primo giorno
Partenza dalla chiesa di S. Maria Nascente in pullman alle 5,30.
Recita dell’Angelus e prime indicazioni puntuali di Don Carlo.
A Malpensa, ci imbarchiamo per Monaco e, una volta atterrati, ci
attende una piacevole sorpresa: una fresca coltre di neve copre la
città! Nuovo imbarco e atterraggio tra le nuvole quasi in orario a Tel
Aviv. Trasferimento a Nazareth in pullman con l’autista Emilio e
l’esperta guida locale Selma. Siamo in Terra Santa! Don Carlo ci introduce a questo gesto del pellegrinaggio con una meditazione sull’originalitá del Cristianesimo con le parole di papa Benedetto XVI: “Dio si è mostrato, è venuto in un uomo”.
La Terra Santa parla della sua Presenza. Le Messe che celebreremo in
questi luoghi santi saranno il modo per fare memoria dell’Evento più
importante della storia.
Stanchi, dopo una gradita cena, andiamo tutti a riposare con il
desiderio di metterci in cammino sulle tracce di Cristo.

4 Gennaio Secondo giorno
Sveglia alle 5.30, ma la fatica e’ subito ripagata: abbiamo la possibilita’ di celebrare la Santa Messa presso la grotta dell’ Annunciazione, dove Maria ha detto quel SI’ necessario perché avvenisse la grande storia della salvezza in cui siamo immersi. Grande e’ la commozione di tutti: nell’ omelia Don Carlo ha sottolineato che qui avviene l’incontro tra l’ Eterno e il tempo. Visitiamo poi un Museo piccolo, ma denso di testimonianza: vi sono reperti scoperti dagli straordinari archeologi francescani. Sono stati per noi una conferma persuasiva dell’ Avvenimento della Divina maternita’ di Maria. Siamo entrati poi nella chiesa di San Giuseppe, dove abbiamo riflettuto sul Mistero della vita nascosta di trenta anni nella Sacra famiglia di Gesu’ e del si’ di Giuseppe di fronte al mistero di Maria sua sposa. Anche qui testimonianze importanti come il battistero paleocristiano confermano la veridicita’ storica della casa della Sacra famiglia. Abbiamo concluso con la visita della Basilica superiore dell’Annunciazione: un vero canto di lode e di devozione a Maria Santissima innalzato da tutti i paesi del mondo.
Sul tracciato della strada che la Madonna percorreva per andare ad attingere l’acqua, siamo arrivati alla chiesa ortodossa di San Gabriele, dove scorre ancora un fiotto della fontana dell’antico villaggio.Con il nostro straordinario pullman di ultima generazione con wifi e guidato dal valente autista Emilio, sempre a nostra disposizione, siamo arrivati in breve tempo a Cana, il luogo del primo miracolo di Gesu’, che ha trasformato le sei idrie di acqua in ottimo vino. Siamo stati molto colpiti dal parallelo che Don Carlo ha fatto di questa prodigiosa trasformazione con il miracolo del sacramento del matrimonio: un amore umanamente fragile diventa un amore totale ed eterno.

Ci sono molte coppie nel nostro gruppo che festeggiano dai 50 all’anno e mezzo di matrimonio. Tutti abbiamo rinnovato le promesse sponsali e sono stati benedetti gli anelli tra la commozione di tutti. Abbiamo poi sostato anche davanti alla chiesa di Natanaele ( San Bartolomeo ). Mentre la giornata, che si era presentata incerta con qualche goccia di pioggia, si rischiarava, con un sole benefico siamo giunti preso il Lago di Tiberiade. Le suore ci hanno accolti in un’ atmosfera gioiosa natalizia con un pranzo molto gustoso, dove non e’ mancato certo il pesce di San Pietro.

Don Carlo ama moltissimo far parlare il Vangelo: Gesu’ legge dentro la realta’. Abbiamo attraversato nel silenzio il giardino che le suore tengono in modo incantevole e con un coro di uccellini che volteggiavano nel cielo ritornato sereno siamo giunti ad un luogo caratterizzato da una meravigliosa vista lago dove abbiamo letto e meditato le otto beatitudini. La beatitudine vera e’ stare con Lui. Allora la vita diventa vita. Cosa dobbiamo portare via da qui: la domanda “dove e con chi sei felice”?

Al centro della Chiesa ottagonale delle Beatitudini, collocata nello stesso giardino, e’ illustrato chiaramente che le virtu’ sono fiumi di Grazia e non innanzitutto un impegno dell’ uomo: è alla fonte che si deve attingere, cioe’ a Cristo.

In seguito, sempre in pullman, ci siamo prontamente trasferiti sulle rive del Lago di Tiberiade, dove a ben 200 metri sotto il livello del mare e’ posta la chiesa che custodisce la roccia citata da Gesu’: “Su questa pietra fonderai la mia chiesa”. Su invito di Don Carlo, ci siamo inginocchiati a baciare la roccia, come gia’ aveva fatto Paolo VI e abbiamo pregato per Papa Francesco. Don Carlo ci spiega in modo appassionato che Pietro ricorda precisamente anche il numero di pesci pescati, 153 grossi pesci: se lo ricorda perche’ quello e’ il momento decisivo della sua vita, il momento in cui la misericordia di Dio lo tocca. Il cristiano e’ colui che fa esperienza della misericordia e arriva a dire: “ Tu sei tutto “ e arriva a dare tutta la vita. Che differenza col moralismo becero! A Cafarnao, detta la citta’ di Gesu’, in quanto da Lui scelta come dimora, abbiamo visitato la casa di Pietro (guarigione della suocera e del paralitico) e la sinagoga, spesso citati nel Vangelo. Di nuovo in pullman ci siamo recati a Tabgha, luogo in cui si ricorda il miracolo della moltiplicazione dei pani e dei pesci. Vengono avanzate 12 ceste tante quante le tribù di Israele. Ce n’era per tutti. La sovrabbondanza di Gesu’ colma il nostro niente. Sul pullman, al ritorno, don Carlo racconta che Papa Francesco davanti ai carcerati ha detto: “ Cosa ho fatto per non essere anche io qui? “ perche’ tutto e’ innanzitutto grazia, non e’ merito.

Dopo cena, questa seconda giornata molto intensa si conclude con la preghiera del rosario nella suggestiva cornice notturna della grotta dell’ Annunciazione. Siamo senz’altro pronti per affrontare la sfida della giornata seguente, che si preannuncia altrettanto ricca di spunti di riflessione sulla nostra tradizione e sulla nostra vita.

5 Gennaio Terzo giorno
Oggi sveglia alle 6 e un’ ora dopo partiamo da Nazareth. La nostra meta e’ il monte Tabor, su cui Gesu’ rivelo’ la sua natura divina ai discepoli  Pietro, Giacomo e Giovanni, i tre testimoni della Passione nel Getsemani. Giungiamo a destinazione dopo un tragitto in pullman seguito da un ultimo ripido tratto percorso in taxi guidati con abilita’ e disinvoltura da autisti disponibili ad illustrare anche le bellezze del panorama. Varcata la Porta dei venti, entriamo in uno spiazzo dove sono ancora visibili i resti di un monastero benedettino della fine dell’ XI secolo. La chiesa della Trasfigurazione, con facciata a tre cappelle che richiamano le tre tende di cui parla San Pietro, si presenta nella sua maestosita’. Al suo interno Don Carlo ci propone la lettura del Vangelo sul mistero della Trasfigurazione e poi cantiamo insieme “Andate in mezzo a loro”. Da una terrazza a fianco della chiesa, godiamo dello splendido panorama sulla piana di Esrelon. Il sole illumina il suo verde brillante, ma Don Carlo ci ricorda che il colore di questo luogo nel passato e’ stato rosso per il sangue versato nelle cruenti battaglie che li’ si svolsero.

Ormai lontani dalla quiete del Monte Tabor, viaggiando verso Sud,
scopriamo la ferita del muro che divide in due il territorio e, superata la frontiera, arriviamo nel traffico caotico di Betlemme. Subito, “ agili e svelti “, siamo scesi a visitare la grotta della Nativita’: ognuno ha potuto inginocchiarsi a baciare il punto dove Gesu’ e’ nato, mentre veniva intonato “Astro del ciel”. Nella Basilica di Santa Caterina abbiamo poi avuto il privilegio di ricevere la solenne benedizione da parte del nuovo custode di Terra Santa, Padre Francesco Patton, che Don Carlo ha subito dopo potuto salutare personalmente.
Rifocillati presso la residenza francescana “Casa nova”, siamo tornati nella basilica ortodossa della Nativita’ per ammirare i primi risultati dei restauri in corso, in modo particolare i mosaici della navata centrale e gli altari delle diverse fedi. Siamo scesi quindi a visitare la grotta di San Giuseppe, accanto a quella piu’ piccola dei Martiri Innocenti e a quella di San Girolamo, che tradusse la Bibbia dal greco in latino nella cosiddetta “ Vulgata “.

Altro evento eccezionale non previsto a cui abbiamo potuto assistere e’ stata la processione dei francescani di Terra Santa verso il luogo della Nativita’.
Compiendo a ritroso il percorso dei pastori, siamo arrivati al Campo dei Pastori, i primi ad accogliere l’ annuncio della Nativita’. In una delle grotte abbiamo celebrato la Messa di Natale accompagnati dai canti natalizi proposti dal nostro coro. Al termine abbiamo baciato Gesu’ Bambino.
Prima di riprendere il viaggio verso Gerusalemme, ci siamo dedicati ad una mezz’ ora di shopping presso il negozio della cooperativa cristiana di Betlemme.
Con nella mente e nel cuore le parole dell’ omelia di Don Carlo “ a noi succede di essere chiamati ora come i pastori, immeritatamente “, andiamo a dormire piuttosto presto perche’ quella di domani sara’ una giornata fondamentale, tutta dedicata alla visita della citta’ d’ oro, Gerusalemme.

6 Gennaio Quarto giorno

In una luminosa giornata di sole, sotto uno splendido cielo, abbiamo visitato finalmente la città di Gerusalemme. Dapprima, attraversando la valle del Cedron, disseminata di bianchi sepolcri,abbiamo raggiunto Betfage, luogo in cui Gesù manda a prendere la puledra d’asina mai cavalcata per entrare tra gli Osanna della folla a Gerusalemme. Lì abitavano i suoi amici Lazzaro, Marta e Maria.
Una volta raggiunto il punto più elevato del Monte degli Ulivi,
entriamo nella Chiesa ottagonale dell’Ascensione, costruita dai crociati con al centro un’edicola a cielo aperto, successivamente trasformata in moschea e coperta da una cupola.
A piedi, scendendo dal colle, facciamo tappa alla grotta del Padre
nostro, una delle tre mistiche grotte, insieme a Betlemme e al Santo Sepolcro. Don Carlo fa notare come questa preghiera nella sua brevita’ e semplicità contenga l’essenza della nostra fede. Le pareti del chiostro sono piastrellate da questa preghiera in molte lingue del mondo ed in alcuni dialetti, come il nostro familiare dialetto milanese.

Raggiungiamo con passo agile su una strada in discesa il punto
panoramico in cui la tradizione colloca il Dominus Flevit: qui Gesu’
pianse per la sua citta’ predicendo la distruzione della citta’ stessa e
perfino del tempio. La chiesa del Barluzzi edificata proprio qui con la sua strana cupola fa pensare ad una lacrima.
Da una balza dell’ attiguo cimitero, Don Carlo ci ha indicato tutto il
percorso della Passione.
Il primo di questi luoghi da noi visitato e’ il Getsemani, un giardino
di ulivi millenari che ricordano quelli dell’agonia di Gesu’.
Nell’attigua chiesa partecipiamo con la preghiera all’agonia di Gesu’.
Dopo aver letto il passo del vangelo su questo drammatico episodio della vita di Gesù ci dirigiamo verso la chiesa ortodossa del sepolcro di Maria, dove davanti all’ icona piu’ bella della Terra Santa, cantiamo il Salve Regina.
Celebriamo la Messa nella grotta del Getsemani, luogo di un vecchio frantoio, dove Gesù si recava abitualmente.

Nel raggiungere il Gallicantu, siamo rallentati dal traffico di auto di
fedeli diretti alla spianata delle moschee per la preghiera del Venerdì.
Il galletto posto sulla cupola ricorda il tradimento di Pietro, che è
descritto in modo mirabile nei mosaici dell’interno. Gli scavi
archeologici hanno portato alla luce i resti della probabile casa di
Caifa proprio sotto la chiesa.
All’ esterno vediamo la Scala Santa, quella che probabilmente fu
percorsa da Gesù quando lasciando il cenacolo si è diretto verso l’orto degli ulivi dove fu catturato.

Da un punto molto panoramico abbiamo ripercorso la storia di Gerusalemme dall’ epoca di Abramo attraversando tutti i periodi che hanno segnato questa città. Siamo stati molto colpiti nel vedere la piscina di Siloe, il cui brano evangelico ritorna annualmente nel periodo quaresimale.
Di pomeriggio, presso la Piscina di Bethseda, ci accoglie con le sue
mura possenti la chiesa costruita dai crociati, dedicata a Sant’Anna.
Secondo il protovangelo di Giacomo, sembra sia stata collocata proprio su grotte che costituivano la casa di Gioacchino ed Anna. Selma, la nostra guida locale, intona un canto a Maria in lingua araba facendoci tra l’altro apprezzare anche l’ acustica perfetta della chiesa. Presso la piscina probatica Gesu’ ascolta il grido di un malato da molti anni e lo guarisce. Anche il nostro grido, che spesso è un lamento, invece deve diventare un grido di domanda.

Arriviamo, con un passo agile, non da funerale, come ci ripete spesso Don Carlo, presso la Via dolorosa. Partendo dal luogo della
flagellazione, sostiamo nelle varie stazioni per fare la Via Crucis che si snoda tra il suk del mercato arabo: non e’ facile concentrarsi dato il contesto rumoroso ed indifferente, ma questa situazione fu
probabilmente quella in cui si ritrovò Gesù. Per le ultime stazioni
abbiamo preferito passare da due minoranze cristiane, quella copta e quella abissina. Siamo stati molto colpiti dalla povertà e dalla fede profonda dei monaci abissini che vivono in tuguri edificati quasi sopra il santo Calvario.

Ci avviciniamo al Santo Sepolcro. Molti fedeli raggiungono questo santo luogo; anche noi, recitando il rosario, stiamo in fila in attesa di entrare nel sepolcro vuoto di Gesu’ per deporre un bacio riconoscente.
Siamo stati coinvolti ed edificati prima dalla processione dei frati
francescani ai santi luoghi dell’imponente basilica crociata e poi da
quella dei monaci armeni. Qui siamo interrogati sull’universalità della Chiesa e sulla sua unità. Dopo aver pregato al Calvario, siamo usciti per dirigerci al Muro della Preghiera o Muro del pianto. Ci siamo ritrovati in mezzo ad una marea di ebrei, moltissimi giovani in preghiera in un festoso “carolare” di danze. Siamo andati anche noi lì al Muro, consapevoli del valore e della tragedia di quel luogo. Tutti desiderano impossessarsi della città Santa ma non si accorgono che è invece il fascino di Gerusalemme che conquista ognuno. Abbiamo lasciato la città vecchia ammirati per la bellezza notturna della Porta di Damasco illuminata. Straordinaria la serata in albergo caratterizzata da un vivace e fraterno scambio di esperienze. Tutto ciò fa trasparire la ricchezza dei giorni che stiamo vivendo.

7 Gennaio Quinto giorno

Mattinata luminosa, proprio quella ideale per andare nel deserto, il
luogo dove ci stiamo dirigendo oggi.
Con l’Angelus chiediamo alla Madonna che ci aiuti a riconoscere tutti i segni di questa giornata.
Almeno due sono le interpretazioni di che cosa è stato il deserto nella storia ebraica e cristiana; da una parte un tempo di prova, dall’ altra un luogo sponsale di Dio col suo popolo. E subito si presentano alla nostra attenzione i protagonisti di questa terra: i beduini, con le loro tende di pelle di capra impermeabile all’ acqua e traspirante quando arde il sole.

Lasciamo la strada statale per inoltrarci nell’antica strada romana
dello Wadi Ker e si è aperto davanti ai nostri occhi lo spettacolo dei
monti illuminati dal sole che crea una tavolozza di colori dall’ocra al marrone scuro. Lì abbiamo celebrato all’aperto la Santa Messa meditando al vangelo l’unica parabola di Gesù ambientata geograficamente, proprio in questo luogo: quella del Buon Samaritano.
Don Carlo non ha indugiato sul “ buonismo “ verso il prossimo, ma ha attirato la nostra attenzione su Gesù, il vero samaritano di tutti noi.
Proseguendo sulla strada romana, dalla cima di un monte abbiamo potuto ammirare incuneato nella profondità della valle il monastero di San Giorgio in Koziba.

Siamo stati introdotti al miracolo di tanti monasteri denominati
“laure”, sorti in epoca bizantina (ben trecento nelle valli del deserto
di Giuda).
È stato per noi un grande richiamo la vita di questi anacoreti che
testimoniano ieri, ma anche oggi che Dio è tutto.
Anche noi, arrivati presso le rive del Giordano e rinnovate le promesse del Battesimo, abbiamo affermato la totalità di Dio ricevendo uno ad uno la benedizione con l’acqua del fiume testimone della prima rivelazione pubblica di Gesù.
Allontanandoci da quella riva, il nostro pensiero è andato a Giovanni e Andrea che si misero dietro a Gesù dopo il suo Battesimo, iniziando la storia della sequela, cioè della Chiesa.
Gerico, affollata e animata per il mercato, ci ha accolti. La prima
tappa è stata sotto un ombroso sicomoro e Don Carlo ci ha richiamato alla sorpresa e al profondo cambiamento di Zaccheo nell’ incontro con Gesù.

Ci rechiamo quindi a vedere il Monte della Tentazione su cui si trova il monastero ortodosso eremita di S.Giacomo. Don Carlo ci fa riflettere sulla dimensione di vita verticale di questi monaci che stanno “tra cielo e terra” e ci ricorda che le tentazioni sono di tre tipi: quella del denaro, della fama e del potere. È questo il modo in cui il diavolo tentò Gesù proprio in questo luogo. Lasciata Gerico alle spalle, ritorniamo verso Gerusalemme e ci fermiamo ad Ain Karem, dove si fa memoria della nascita di Giovanni il Battista. Entrati nella chiesa di epoca crociata, custodita dai francescani, dopo aver visto e toccato il punto dove probabilmente Elisabetta partorì Giovanni, davanti all’altare abbiamo letto il brano di Luca in cui si narra dell’incredulità di Zaccaria di fronte all’annuncio della sua tardiva paternità e abbiamo cantato insieme il Benedictus.

Recitando i Misteri Gaudiosi del Santo Rosario siamo giunti alla Chiesa della Visitazione, costruita sul luogo dove, secondo la tradizione, avvenne l’incontro fra Elisabetta e Maria che le rendeva visita. Qui abbiamo cantato il Magnificat. Saliti nella Chiesa superiore, ci siamo soffermati ad osservare gli affreschi. Ci ha commossi, in particolare, quello della Vergine che con il suo mantello copre tutto il popolo di Dio, per cui anche noi, esortati da don Carlo, abbiamo consegnato a Maria tutte le nostre intenzioni e quelle affidateci in occasione del nostro pellegrinaggio.
La nostra guida Selma suggerisce di utilizzare l’ultimo scorcio di
giornata andando a visitare la Basilica della Dormitio Virginis. Si
tratta di un’imponente basilica dei benedettini tedeschi di Beuron in ricordo di un’abitazione di Maria a Gerusalemme e della sua
“dormizione”, cioè della sua morte.
Presso la statua raffigurante Maria cantiamo il Salve Regina.
La nostra intensa giornata si conclude con la cena in albergo. Domani ci attende l’ultimo giorno con un’ultima visita a Gerusalemme e voli di rientro a casa.

8 Gennaio Sesto giorno

Sveglia più che mattutina, il cielo si presenta azzurro e con un vento gagliardo, noi di buon passo, come del resto, le donne che andavano al sepolcro la mattina di Pasqua, abbiamo avuto il privilegio di celebrare la Messa al Calvario.
Don Carlo ha insistito molto nel sottolineare quanto San Paolo afferma:
“Siamo stati comprati a caro prezzo“ (magno pretio empti sumus) .
È l’ultima Messa a cui partecipiamo ed è proprio vissuta nel luogo
vertice della Redenzione. Con noi pregavano anche alcune suore di madre Teresa che hanno il loro convento dove c’è la sesta stazione della Via Crucis.
È stata una grazia inattesa quella di trovare libera la Cappella del
Santo Sepolcro. Siamo entrati per deporre il nostro ultimo bacio, mentre nel coro dei greci era celebrata la divina liturgia presieduta dal vescovo ortodosso di Gerusalemme.

Il nostro gruppo risponde alle attese di don Carlo, quindi siamo molto “agili” e per questo abbiamo potuto fare una lunga camminata attraverso i quartieri della Città Santa per arrivare una volta ancora al Muro della preghiera per poi salire alla spianata del tempio. Ci siamo introdotti prima nella spiritualità coranica e poi abbiamo ascoltato la spiegazione sulle due moschee: purtroppo è ormai da 16 anni che l’ingresso è proibito per noi, ma anche dall’esterno si può ammirare l’imponente bellezza di queste moschee che custodiscono la roccia del sacrificio di Abramo. Don Carlo ci ha fatto capire la storia del Tempio del popolo ebreo raccontando la sua millenaria vicenda. È sorprendente come tanti passi del Vangelo riportino al Tempio. Abbiamo raggiunto poi, percorrendo tutto il cardo arabo, bizantino, crociato e romano, la Porta di Sion tutta trivellata per i combattimenti della guerra del 1967 avvenuti casa per casa.

Siamo così saliti al Cenacolo che, nonostante sia il cuore della
religione cristiana, ora è proprietà dello stato ebraico. Nel convento francescano sottostante del XIV secolo ora fanno scuola biblica. Dopo la spiegazione storica di questo luogo abbiamo pregato con il canto e il silenzio meditando che lì sono avvenuti i fatti più importanti della nostra salvezza. Lì Gesù ha istituito l’Eucarestia e il sacerdozio e lì è risorto; apparendo ai suoi discepoli, ha istituito la confessione e lì lo Spirito Santo, a Pentecoste, è disceso sulla prima Chiesa con Maria. Solo papa Giovanni Paolo II ebbe il privilegio di celebrarvi l’Eucarestia.  Abbiamo poi visitata la cosiddetta tomba di Davide.
Procedendo verso la porta di Jaffa, abbiamo attraversato il quartiere degli armeni e siamo entrati nel cortile del convento di San Giacomo dove don Carlo ha spiegato questa confessione cristiana e il primo martirio degli apostoli. Ci siamo poi diretti prontamente verso l’ albergo. Sul pullman Don Carlo dice che stiamo raggiungendo l’ aeroporto con un patrimonio grande di umanità. La bellezza e la fecondità di questo pellegrinaggio sono stati di mutua edificazione. Si ringraziano la direttrice del coro, il chitarrista, i coristi, il lettore ufficiale, le redattrici, il fotografo ufficiale, il chierichetto Filippo, il contatore ufficiale, il valente autista Emilio, Selma e tutti i partecipanti. Si innalza poi subito dopo spontaneo un coro unanime di applausi rivolti al nostro caro Don Carlo.

Giunti in aeroporto abbiamo trovato una spiacevole sorpresa. Il nostro volo è stato cancellato per ragioni meteo. Siamo stati accompagnati in pullman in un hotel di grande lusso a Tel Aviv. Una cena raffinata e subito a nanna. Dal dodicesimo piano ammiriamo il panorama del vasto mare infuriato.

9 Gennaio Settimo giorno

Finale a sorpresa!!!
Sveglia in orario clemente e colazione in una veranda sul mare.
Don Carlo ci ha permesso di concludere in un modo straordinario questo pellegrinaggio indimenticabile. Con un’ora di cammino, sulla sponda del mare, siamo arrivati alla chiesa di S. Pietro. Qui abbiamo celebrato la Messa facendo memoria che da lì, precisamente dalla casa del conciatore di pelle, Pietro, illuminato da Dio si è recato a Cesarea Marittima, dove ha battezzato il centurione Cornelio, il primo pagano ammesso alla Chiesa.
Questa sottolineatura ci ha commosso perchè noi, non ebrei, siamo ammessi dalla gratuità di Cristo alla comunione della Chiesa.
C’è una straordinaria unità e attenzione tra di noi che ha reso
possibile anche l’organizzazione del viaggio di ritorno. Non mancano nel nostro gruppo persone di grandi capacità operative.
La sala da pranzo è un invito straordinario, per la varietà e la ricchezza di raffinate vivande internazionali.
La giornata di oggi segnata dal pellegrinaggio verso S.Pietro, che ha conquistato il primo fedele dal paganesimo, consegna anche a noi il compito di tornare alla nostra quotidianità consapevoli di questa missione: annunziare a tutti, senza discriminazioni, l’evento di Cristo.
Nella notte, divisi a gruppi, raggiungeremo in volo la nostra Milano.