In ricordo del cardinal Martini

In febbraio si è celebrato con giusta riconoscenza, in occasione del novantesimo della nascita, il card. Carlo Maria Martini, nostro arcivescovo dal 1979 al 2002. La Chiesa milanese l’ha ricordato con diversi eventi e ha espresso la sua gratitudine dedicandogli anche l’importante Museo Diocesano di Milano. Stampa e televisione hanno giustamente dedicato attenzione e rilievo al ricordo di questo grande pastore della nostra chiesa, da metà marzo nelle sale è apparso anche il film documentario di Ermanno Olmi sul cardinale, “Vedete, sono uno di voi”. In queste poche righe vorrei comunicare alcuni episodi personali della mia amicizia con il card. Martini e che hanno segnato il mio sacerdozio.

Prima però desidero sottolineare che nella storia del sorgere della nostra chiesa al QT8 ci sono circostanze importanti di cui fare gioiosa memoria.

Il 14 febbraio 1954 il card. Schuster pone la prima pietra; fu l’ultima Pietra Santa di fondazione di una chiesa che il beato Schuster benedisse. Infatti salirà al cielo il 30 agosto 1054.

Il 6 gennaio 1955 mons. Montini arriva arcivescovo a Milano e il 5 giugno 1955 benedice la nostra chiesa come prima chiesa aperta ai fedeli in città.

Il 31 maggio 1980 il card. Martini, nuovo arcivescovo dal 10 febbraio 1980, consacra la nostra chiesa: è la prima da lui consacrata in città.

Ritornando al mio rapporto personale con il card. Martini, posso accennare ad alcuni momenti che hanno segnato la mia vita. Era il 6 febbraio 1987 quando mi raggiunge, al mattino abbastanza presto, una telefonata dall’arcivescovado. Nel pomeriggio ho un appuntamento con l’arcivescovo che desidera che io lasci la parrocchia di S. Ignazio al quartiere Feltre, dove avevo vissuto i primi due vivaci decenni del mio sacerdozio, per assumermi la responsabilità di parroco a S. Maria Nascente. Il card. Martini facilmente si esprimeva nel linguaggio biblico e mi disse: “Don Carlo, devi allargare i paletti della tua tenda”. Per me, già frequentatore dei deserti della Terra Santa dove i beduini vivono sotto le tende, è stato chiaro dove l’arcivescovo voleva arrivare. Così il giorno dopo venni subito in parrocchia a conoscere i sacerdoti don Ersilio e don Giovanni. I mesi successivi furono densi di pensieri e di opere, perché non solo dovevo iniziare il mio nuovo lavoro di parroco, ma fino alla fine di giugno dovevo continuare l’impegno di viceparroco al quartiere Feltre.

Desidero accennare a un altro fatto accaduto mentre cenavo alla Villa S. Cuore a Triuggio. Ero nel primo decennio di presenza sacerdotale qui a S. Maria Nascente e quello era uno dei tanti raduni che in quasi dieci anni ho vissuto come consigliere dell’arcivescovo. Per alcuni anni ebbi il compito di “moderatore”. Quella sera nell’ampia sala da pranzo l’arcivescovo teneva al suo tavolo altri vescovi presenti e il moderatore. Ad un certo momento durante la cena il card. Martini mi domandò: “Allora don Carlo come va la tua parrocchia?”. Dopo solo un attimo risposi: “Benissimo”. L’arcivescovo restò meravigliato. Lo vedo ancora stupito con il cucchiaio fermo a mezz’asta e mi chiese: “Perché dici: benissimo?”. Replicai subito: “Perché ho non poche persone da cui posso imparare la fede”. E lui: “Se dici così, vuol dire che è giusto il ‘benissimo’”.

Il card. Martini visse a Gerusalemme dal 2002 al 2006, anni durissimi dopo l’intifada del 2000. In questi anni, tra l’altro, Martini ha rischiato di essere sepolto in Terra Santa. Così ci raccontava: “Quando, visitando gli antichi pozzi di El Gib scavati in quegli anni dagli archeologi ebrei, la terra incominciò a franare e io mi sentii rotolare dentro il pozzo, ebbi un pensiero molto chiaro: come è bello morire qui in Terra Santa. Mi diede una grande calma per cui misi le mani nella terra e rimasi fermo sull’orlo, così potei essere salvato. Ne uscii quasi incolume”. Furono anni in cui i pellegrinaggi si bloccarono. Il mio gruppo fu uno dei primi a riprendere la visita dei luoghi santi. Ricordo che un mattino stavo facendo colazione quando un pellegrino che tornava dal S. Sepolcro mi disse che il cardinale stava celebrando all’altare della Maddalena. Lasciai tutto subito e mi precipitai al Sepolcro. Il cardinale aveva appena terminato la S. Messa. Mi abbracciò felice, mi chiese come andava la parrocchia e poi gli domandai: “Cosa devo portare via da Gerusalemme?”. E lui: “Don Carlo, tu sei una guida, tu sai tutto”.“No, desidero sapere cosa devo portare a casa”. Mi rispose: ”Prega per la riconciliazione delle anime e quindi per la pace”.

Ci fu un’ultima volta in cui ho potuto visitare in modo fugace il cardinale, qualche settimana prima che salisse al cielo. Dopo una celebrazione al lago di Como ho riaccompagnato un amico gesuita all’Aloisianum di Gallarate, una casa che ospita i gesuiti molto anziani. Giunto nel corridoio in cui si affacciava anche la camera di Martini, ho potuto dare uno sguardo fugace e portarlo nella mia preghiera mentre di notte tornavo al QT8.

                                                                                                              Don Carlo

 

 

 

 

In Duomo la Messa per don Giussani

Le lunghe attese, in una fila paziente che arriva fino ai margini di Piazza Duomo, per poter entrare nella Cattedrale dai mille, necessari, controlli. E, poi, all’interno, la gente che affolla le navate, seduta per terra, in piedi in ogni angolo. È la memoria che non si spegne, anche se sono passati dodici anni da quando, tra le stesse navate, fu l’allora cardinale Joseph Ratzinger a presiedere la celebrazione eucaristica per la morte di monsignor Luigi Giussani, oggi Servo di Dio. Così, per ricordare l’anniversario della scomparsa del fondatore di Comunione e Liberazione (avvenuta a Milano il 22 febbraio 2005) e il XXXV del riconoscimento pontificio della Fraternità di Cl (11 febbraio 1982), sono moltissimi coloro che il 28 febbraio arrivano in Duomo per la Messa presieduta dal cardinale Angelo Scola, concelebrata dal presidente della Fraternità don Julián Carron, dal Vicario generale monsignor Mario Delpini, dal Vicario episcopale per la Vita consacrata maschile monsignor Paolo Martinelli e da una trentina di sacerdoti, tra cui l’assistente ecclesiastico diocesano di Cl, don Mario Garavaglia. Nelle prime file siedono i familiari di don Giussani, i nipoti, il fratello Gaetano e la sorella Livia.

L’intenzione della Messa milanese – come di tutte le centinaia che, in questi giorni, vengono celebrate in Italia e nel mondo a ricordo del fondatore – è letta dal vicepresidente nazionale della Fraternità Davide Prosperi: «Chiediamo a Dio la grazia di seguire senza riserve l’invito di papa Francesco a mendicare e imparare la vera povertà che descrive ciò che abbiamo nel cuore veramente: il bisogno di Lui, per vivere la vita sempre come un inizio coraggioso rivolto al domani». I canti, la Messa votiva dedicata a “Maria vergine madre del bell’amore”, le letture del giorno – Qoèlet e il Vangelo di Marco al capitolo 12 -, segnano la forza liturgica dell’Eucaristia che si sta vivendo in Cattedrale, mentre tanti, che non sono riusciti ad entrare, seguono, dagli altoparlanti posti sul sagrato.

Proprio dalla prima lettura prende avvio l’omelia dell’Arcivescovo: «“C’è un tempo per nascere e un tempo per morire”. Già tre secoli prima di Cristo Qoèlet stabilisce un tempo per ogni cosa, strappandola al caos e al non-senso. Ma la saggezza del Qoèlet è ancora zavorrata dalla necessità perché, tutto ritorna sempre uguale. È una tentazione che, se non vigiliamo, ci può sorprendere e abbattere fino a farci perdere il valore della vita come dono che conduce ad affrontare anche la morte, in tutta la sua dolorosa drammaticità, come abbandono». In questo tempo tutto umano, che Sant’Agostino definì come un’«attesa», si comprende allora come l’intera esistenza sia vocazione, da vivere con «responsabilità nel tempo che ci è concretamente dato, il “nostro” tempo», secondo il Vangelo di Marco al capitolo 12.

Nasce qui, nelle parole del Cardinale che cita papa Francesco, la richiesta «di rispondere al disegno di Dio qui e ora, crescendo nell’ascolto della realtà, della storia e riconoscendo la chiamata del Signore». Occasione privilegiata per farlo, la visita del Santo Padre a Milano: «Mi aspetto, pertanto, un’attiva partecipazione fatta anche dell’invito, rivolto a tutti, a incontrare papa Francesco nella celebrazione eucaristica al Parco di Monza».

Dalla liturgia della Messa per “Maria vergine Madre del bell’amore”, che «descrive la vocazione e la missione del cristiano in termini di bellezza e di pellegrinaggio», arriva da Scola l’ulteriore consegna a «essere consapevoli della meta» di tale viaggio terreno. «Il Servo di Dio Luigi Giussani ha educato non poche generazioni a guardare alla vita eterna non solo come al traguardo finale, ma a riconoscerne gli anticipi fin nel centuplo quaggiù. Il centuplo è quell’irruzione dell’eterno nel quotidiano che non può essere confuso con il potenziamento delle nostre forze, neppure dei nostri desideri. È una stabile novità che alimenta e dà all’esistenza personale, ecclesiale e sociale il dolce sapore del dono. Il centuplo quaggiù, come caparra della vita eterna, è in definitiva, il rapporto con Cristo presente. Il Suo pensiero, i Suoi sentimenti, sono tutto per noi». Sono «quel punto fermo», che l’Arcivescovo sottolinea ripetendo due volte l’espressione di un giovane morto a 17 anni.   

«La fatica, il dolore, ogni genere di prova, e persino la stessa morte, non sono obiezione alla felicità propria della vita eterna, non spengono il fascino con la malinconia dolorosamente annoiata o, all’opposto, con il nichilismo gaio che frustrano la sete di bellezza propria di ogni uomo e di ogni donna». Una “bellezza” che il carisma del Servo di Dio indica, anzitutto, «secondo una modalità di stare dentro il reale che, in senso generale, possiamo chiamare “lavoro”».

Chiaro anche il richiamo alla «comunione ecclesiale», quale indizio della vita eterna nel presente. «In questi anni ho molto insistito su come la vita della Chiesa, soprattutto della nostra estesa Chiesa ambrosiana, debba esprimersi secondo quella pluriformità nell’unità che le è propria – spiega il Cardinale -. Il metodo di vita cristiana così vissuto esalta la potenza del carisma di don Giussani, carisma di apertura totale a partire da ogni fedele battezzato». E tutto questo per essere quella “cosa sola” che chiede il Signore “perché il mondo creda”. Il ringraziamento per «la numerosa presenza in Duomo e, quotidianamente, nella vita della nostra amata Chiesa ambrosiana», precede due raccomandazioni «a cui tengo particolarmente», scandisce l’Arcivescovo: «Abbiate sempre gli occhi fissi in Gesù e abbiate un cuore largo, pieno di amore gli uni per gli altri, tesi ad annunciare a tutti la letizia del Vangelo».

Alla fine della celebrazione è don Carron a esprimere la gratitudine «di tutti gli amici di Comunione e Liberazione» e a ricordare «la trepidazione» per la visita del Papa: «Chiediamo al Signore la grazia che la fedeltà al carisma di don Giussani ci renda sempre più pronti, nella sequela di Pietro, a uscire incontro ai nostri fratelli uomini nel condividere con carità, realismo e creatività, il loro bisogno di felicità». 

Il pensiero finale del Cardinale, prima dell’applauso che lo saluta all’uscita del Duomo, è per la Causa verso gli altari del Servo di Dio: «Vi spingo a proseguire nella preghiera e nella bella pratica di visitare la tomba di monsignor Giussani, così come a segnalare dati, fatti e circostanze che possano aiutare il suo cammino verso la canonizzazione. Nello stesso tempo vi invito alla pazienza, perché sono procedimenti molto lunghi, soprattutto per coloro che hanno scritto molto. Con il passare del tempo, il suo volto si fa più luminoso ai nostri occhi e sostiene il nostro cammino ogni giorno più intensamente. A questo dobbiamo guardare perché si attui anche il suo cammino verso gli altari. Occorre vivere in pienezza, nel suo carisma, quella responsabilità che, come cristiani, portiamo nei confronti di tutti i nostri fratelli uomini. Più ci lasciamo guidare dallo sguardo che ha suscitato in noi la bellezza dell’essere figli di Dio, più qualunque forma di appartenenza alla Chiesa in particolare il regime di comunione che la regge, riempie la nostra vita e la nostra gioia sarà sempre più piena».